Alessandra Gabbanelli - "la tua arte ... ovunque, nel mondo" by Giuseppe Russo

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Alessandra Gabbanelli

Alessandra Gabbanelli (Loreto, 1976) vive e lavora a Porto Recanati (MC).

È laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Macerata in letteratura russa con la tesi “La narrativa di Fazil’ Iskander”.

Ama tutto ciò che concerne la natura e gli animali, la letteratura, la musica, in particolare la lirica e quella classica.

Ricorre alla poesia, racconti e saggi per esprimere le sue emozioni.

Si occupa anche della stesura di recensioni di libri e di opere liriche all’interno della Associazione Culturale Villa InCanto.

La sua poesia dal titolo “Misterica essenza” è stata pubblicata sul blog letterario “Il mondo di Ut”; attualmente sta collaborando con il sito di cultura e attualità “Specchio Magazine” dell’Associazione Culturale Lo Specchio di Recanati (MC).

Alcuni suoi componimenti sono presenti nel blog “Nel giardino odoroso” enter

Ha partecipato a diversi eventi letterari conseguendo, sempre, importanti riconoscimenti.

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Granelli di polvere, granelli dorati

Mi rifugio nel ventre del buio, respiro piano e cerco un punto nelle pieghe della notte.
C’è tanto spazio accanto a me, un abisso di spazio piatto.
Non avverto più, su di me, i tuoi occhi nocciola scheggiati di verde, non il tuo aroma lascivo a lusingarmi le narici, non il tuo tocco a rimescolarmi.
Non percepisco contorni che mi disegnino, sono solo sagoma senza volto, erosa dalla propria insufficienza, troppo alta o troppo bassa, atterrata da forze beffarde, come in un antico sortilegio.
Nascono dentro suoni sommessi, via via più insistenti.
Chi mi chiama? Chi scandisce con affanno il mio nome?
Figure indefinite tendono a me mani scarne, esangui, i volti plumbei, la gola disseccata come fango bruciato.
Sento il loro grido propagarsi nelle viscere e un’onda repentina sferzarmi nel profondo.
Vorrei chiudere gli occhi, allontanarmi da questa marea che mi sovrasta impietosa.
Come sassi fluttuanti, mi battono le ordinarie meschinità, mi stordiscono le indicibili crudeltà che imbrattano la terra.
Visi umani si confondono a volti animali, specchi irriverenti di ipocrisie e avidità senza redenzione.
Sullo sfondo foreste ardenti, traboccanti terrore, presto desolati deserti.
È affollata questa notte e densa di rabbia.
Pulsano le piaghe invisibili, ma non possono annientare il sogno che il baratro si colori, a poco a poco, di arbusti rigogliosi, si sazi, finalmente, di rinnovate prospettive e si tramuti, almeno in parte, in un’agorà in cui a ogni vivente sia riconosciuta dignità, la benevolenza divenga abitudine, la giustizia strumento irrinunciabile, il genio maschile e quello femminile siano l’uno accanto all’altro.
Ma tu non svegliarti, non aprire ancora gli occhi su questa esistenza imperfetta.
Porrò accanto a te una coppa colma di spezie, un laico Graal.
So che la ignorerai, la lascerai ai soffi del vento.
Ma chissà, magari qualche granello raggiungerà i tuoi passi.
Ti sembrerà soltanto una lieve brezza mattutina, ma ti accorgerai con stupore che poserà sulla tua pelle minuscole pagliuzze dorate.

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Turdus merula

Mi culla il tuo canto
spontaneo e sofisticato.
Quali abissi di saggezza
percorrono il tuo piccolo corpo?
Una spavalda alchimia di suoni
si fa architettura musicale,
geometrico mistero.

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commento a “Turdus merula”
(Lino Palanca)
Finalmente versi privi delle smielature e dei lamenti sotto la luna calante di un mucchio di gente che si alza una mattina, si guarda allo specchio e si dice: adesso faccio il poeta.
O il musicista. O il pittore.
Questa è una poesia serena, lineare il che è sempre segno di un’antenna intelligente volta a captare quel che ci gira intorno, ma senza la presunzione di stamparci sopra il dolore di chi si sente il mondo intero sulle spalle.
C’è un passaggio di “Panismo” che mi piace assai:

Saper ascoltare
la voce degli elementi
e comprendere
il linguaggio muto delle piante

Un grande vecchio, Victor Hugo, scrisse un giorno: “Les choses nous parlent si nous savons entendre”. (Le cose ci parlano se sappiamo come ascoltare).
E come gli succedeva spesso, aveva ragione.
Complimenti.

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Mie Marche

Non ti conosco mai abbastanza
mia terra gentile.
Eppure sollevi il mio sguardo
ai tuoi articolati misteri.
Non si esaurisce l’incanto
di viaggi ideali e reali
nelle multiformi espressioni del tuo volto.
Ti plasmano
il tempo, gli elementi e chi ti abita,
semidea ferita e mai piegata.
Non neghi di te
i variopinti tesori.
Ed io posso solo cantare per te,
gioire vorticosa
come in un ebbro Bolero.
Confondo in me
acque, colori, altezze, golosità e genialità.
Angelica e demonica
mi mescolo alle tue zolle
trasudanti aromi
di brezze insinuanti.

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Il concerto

Calore delle luci sulla pelle.
Voci, rumori, risate entrano ed escono dal campo uditivo.
Sensazione di attesa, vaga promessa di emozione.
Buio progressivo, brusio che si fa silenzio.
L'applauso irrompe, lo sguardo si acuisce, la schiena si tende.
E poi le mani...
Mani che sfiorano, toccano, premono, danzano.
Mani incantate, mani officianti riti eterni.
Battiti tremuli percorrono ogni fibra e le infondono
piacere e inquietudine,
malinconia e pace e volontà.
Il reale sfuma e si fa eco lontana.
L'intero universo si dipana sui tasti.
Una nube iridescente lo avvolge, lo cela.
Sinuose turbolenze si susseguono.
E poi, inaspettati, bagliori fecondi
di rinnovate esistenze.

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Coltre di nebbia

Passi esitanti su lande ferite,
negli occhi un pulviscolo opaco,
materia pungente di nebbia compatta.
A testa alta avanzo,
ammaccata e indocile creatura,
oltre pieghe insondabili
d’azzurro e d’ottanio.
Un profilo consueto e ignoto
si delinea nella tenebra densa,
si staglia radioso, irriverente.
Con gesto sottile mi accoglie.
Sfuma l’antico timore
in bagliori incandescenti.
E abbraccio un’altra me,
inusitata forma
di incontenibili spazi.

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Sorridente fragilità

Ti ho osservato
non vista.
Eri fermo sulla tua sedia a rotelle,
la tua serenità si espandeva intorno.
Stavi lì ad occhi chiusi, muto
e la calda luce ti cullava.
Le tue membra si riscaldavano
al sole di novembre.
Cercavi e assaporavi la vita
che si infondeva
nel tuo anziano e bellissimo viso.
La fragilità dei tuoi anni
scompariva a quel calore,
e nulla poteva
in quell’istante indelebile.

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Mi ricordo

Velo maculato
di roseo sembiante
si adagia sul manto celeste.
E mi ricordo quand’ero chiarore
e i tuoi occhi vi si immergevano
come in lago di pace.
Voli geometrici
di vocianti gabbiani.
E mi ricordo quand’ero coraggio
e il tuo slancio mi raggiungeva
con ampi e sornioni sorrisi.
Pioggia odorosa
si insinua e dilaga.
E mi ricordo quand’ero conturbante mistero
e il tuo grido di creatura notturna
confortava la tenebra.
Crepitio di foglie
raggiunte da raggi ardenti.
E mi ricordo di essere vita pulsante,
bruciante inquietudine,
viandante mai paga di cammino.

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Veregra Street

Sorrisi sornioni si stagliano intorno.
Ma non varco ancora
le soglie dell’audacia,
non sfioro la mano
che, calda, mi si offre.
Note festose colorano l’aria,
trampolieri fluorescenti
accanto a chioschi di cibi succulenti
scompaginano le coordinate consuete
e accompagnano al naufragio
i virtuosi intendimenti.
Un turbamento intermittente
si fa strada tra frammenti di ricordi.
Una birra ancora, qualche parola,
brevi scintille negli sguardi.
E siamo avvolti dalla notte,
guidati dal vento,
pensieri come nuvole lievi,
il nostro respiro
che materializza davanti a noi
disegni opalescenti di acrobati del tempo.
Cosa diverrà questo cielo
imbevuto d’incanto?
Forse spettatore silente
di sinuosi sentieri da inventare.

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Echi d’inverno

Mi risveglio in terra impervia
e ricomincio a danzare.
Danzo pensieri notturni
fluttuanti nel vento.
Danzo abissi di luce
e lampi di oscurità.
Danzo mille frammenti
che mai si ricompongono.
E danzo, madida, sogni disgregati,
parole luminose e abusate
in lontana eco perdute.

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Misterica essenza

Profumo di te fra le mie dita,
negli afrori del mio corpo,
nella mia immaginazione ardente.
La mancanza di te
mi percuote
e mi scaglia
in stretto tunnel.
Mi ritraggo
come tremulo fiore sferzato
da gelidi soffi.
Un aroma sottile
di bramosie incognite
si insinua insolente,
deliziosa e misterica essenza,
effluvio indiscreto
di conturbanti preludi.
Mi ridesto,
turgido bocciolo
inondato di luce,
simile a bocca dischiusa
su invitanti elisir d’ambrosia.

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Dissolvenza della notte

Dissolvenza della notte.
Echi lievi come filati
fluttuano
insidiando fronde dormienti.
Aromi pungenti
di imminenti risvegli.
Trasmutano gli elementi
come creta
esplorata da dita sapienti.
L’ombra necessaria
arretra con pudore.
Ed è ancora aurora.

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Fantasmi

Vagano seducenti
fantasmi inafferrabili.
Una mano si protende.
Deflagrazione di luce
e di indelebile polvere dorata.

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Meteora

Ti trovai senza volerlo.
E senza saperlo,
come pioggia leggera,
fecondasti i miei giorni.
Sfumasti, piano,
come iride che scolora.
Svanisti, inesorabile,
come lampo che squarcia
e va a nascondersi nel blu.

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Panismo

Cullare dentro
il soffio del vento
che sollecita le membra
e le fa rabbrividire.
Abbandonarsi
al raggio del sole
che trafigge
e riscalda
e inonda di vita.
Saper ascoltare
la voce degli elementi
e comprendere
il linguaggio muto delle piante.
Immergersi
in umidi occhi animali
e naufragare
nelle emozioni e nel dolore
che li fanno vivi.
Sfiorare,
con pudore e umiltà,
le corde arcane dell’esistere
per giungere all’essenza
e, a quella melodia,
danzare lo stupore e l’estasi.

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Uomo

Uomo,
intrigante e perpetuo enigma,
silente scorpione che veloce cattura,
policroma esplosione di potente bellezza,
siderale anelito d’inesplorato altrove.

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Aquile nel vento

Non permettere
ch’io m’involi
senza di te.
Non ti aspetterò a lungo,
non rimarrò immobile
tradendo il viscerale richiamo.
Non trattenermi per i polsi,
ma afferra i miei fianchi,
aggrappati ad essi
come naufrago
che ghermisce lo scoglio.
Pezzi di noi
ancora sanguinanti
si staccheranno,
fardelli ormai vani.
Ci imbatteremo
in creature inconsuete
e apprenderemo i loro linguaggi.
Coglieremo i loro fremiti
quando un riflesso
squarcerà l’apparenza.
Senza gioghi
godremo i nostri passi
e tenderemo le membra
come aquile che catturano il vento.

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