Sauro Tonucci - "la galleria degli artisti" by Giuseppe Russo

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Sauro Tonucci

Sauro Tonucci viene dalla cultura contadina. Il termine “cultura” deriva il suo significato originario dal verbo latino "colere" che significa coltivare e chi ha imparato a rispettare i tempi della crescita delle piante e degli animali e chi ha saputo misurare il suo tempo sugli spazi dei terreni da percorrere per renderli fecondi ha saputo porre le basi più solide per una propria consapevolezza della vita.
Sauro Tonucci ha appreso in seguito l’arte meccanica del tornitore, i segreti per saldare i metalli e da qui è scaturita la voglia di piegare questa materia rigida alle ragioni della poesia.
Un lungo intervallo di tempo è passato fra la realizzazione delle opere e l’idea di mostrarle, di farne oggetto di dono a Francesco e con lui a tutti quelli che hanno composto la mappa dei giganti.
Ci sono tutti: le donne e gli uomini che hanno lasciato un segno nella vita dell’artista: la madre con la dolce fermezza dell’educatrice, la moglie con la sua forza nel condividere le prove, i figli che esigono risposte e non ammettono i tuoi errori, il nonno e il padre che fanno uscire dalle mosse sapienti delle mani i primi giocattoli.
Giganti sono tutti quelli che ci impongono di sentire la vita come nomadi; sono quelli che ci insegnano la lentezza perché sono impediti nei movimenti; sono quelli che ci fanno di nuovo stupire di fronte all’imprevisto perché sono ancora fanciulli; sono quelli che gratuitamente ci amano e semplicemente ci donano un abbraccio o un bacio perché non indossano la maschera sul loro viso e sul loro corpo.
(Silvia Cuppini)

Gavardiana

Galleria Seperdoté

saurotonucci@virgilio.it

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Inghiottire nostalgia

Quando parlo con Sauro Tonucci, che mi racconta la nascita delle sue figure intrise della sua storia, il pensiero corre a Don Milani e a quella Lettera a una professoressa che dagli anni Sessanta non può essere dimenticata.
«Inghiottire nostalgia», per esempio, una frase che definisce l’arte di Tonucci, che lascia che le sue sculture che nascono da pezzi dimenticati di ferro, pezzi destinati ad essere perduti, a finire come ruggine fra la terra e che invece risorgono come immagini. Ma, fatto ancora più sorprendente, i ferri, che si trasformano in personaggi di una storia, continuano a raccontarsi come metallo, non perdono la loro duttile asprezza, le loro punte.
Le sculture finite racchiudono, come la mente umana, i segni di un passato, sono bocche che hanno inghiottito la nostalgia e, senza perdere nulla della loro identità materiale, suggeriscono un vissuto imperfetto, non perfettamente compiuto. Quei ferri trovati hanno saputo trasformarsi in altro da sé, cambiare il destino che li voleva parte della terra e porsi su un piedistallo.
(Silvia Cuppini)

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Sauro Tonucci scrive: “i giganti sono persone piene di speranza di vivere, di voglia di fare, di dare, di realizzare.

Essi operano in solitudine, non amano essere alla ribalta.

Essi non temono, non vogliono successo, li trovi ovunque, quando meno te lo aspetti.

Non giudicano, ti leggono il cuore.

Quando li incontri non li noti, ma lasciano il segno.

Ti ridanno fiducia.

Non sono invadenti.

Essi danno senza che tu chieda.

I giganti verranno sempre ricordati.”

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I Giganti
Mirco Agostinelli (2016)

Ho dedicato questa poesia allo scultore Sauro Tonucci affinché con i suoi "GIGANTI" continui nella sua fantasia a costruire e rigenerare nei puri e semplici materiali che usa le sue meravigliose sculture.

Questo artista di Fano, che in passato ha sofferto sudando la vita nei suoi molteplici aspetti, ha trasmesso con le sue opere la parte espressiva e comunicativa creando con i suoi “Giganti”, un esito contemplativo dove ci fa cogliere a livello di percezione totale, una sorgente che conferisce significato alla vita, nel suo senso "Passato, Presente, Futuro”.

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Come mortale uomo,
mi sento pago al mondo
al dolce incontro, del vigoroso artista.
Col pensier sovente tornano i giganti
e questo alla memoria lascia l'orma.

Il creatore a disgrossare il duro ferro,
come scultore indi a ripassarlo
per lievigarne le ferracce membra
com'egli ha pinto nella mente sua.
Sinché l'opra di suo progetto,
prenda l'aspetto della prima impronta.

Così colora l'ombra della mamma, che
gli giunge alla luce scoprendo sua grandezza.

È un umano dolore al suo toccar quel ferro,
per lo scultore, il padre suo vedere
sentir la forza sua, la sua grandezza;
sentire le sue membra ancora campe. * (vive)

Mi prende la ragione nel comprender quell'arte,
la quale non entra soltanto nello sculto, *(scultore)
che ha mente e cuore dei suoi giganti, quali passati amori.

Tale com'io umano parmi d'esser quello
e proprio in quel mio stare in quel mirar
mi sento immerso.

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